La Toscana è uno di quei luoghi che non smettono mai di sorprendere e che, personalmente, non stancano mai. Puoi tornarci mille volte e ogni volta troverai qualcosa di nuovo: una strada che non avevi mai percorso, un borgo che custodisce ancora il silenzio del Medioevo e un panorama capace di cambiare volto con la luce.
È una terra che sa far innamorare, che ti invita a respirare più profondamente e a camminare più lentamente, che ti coccola con i suoi sapori e che ti fa perdere tra i colori delle colline che sembrano disegnate a mano.
Ed è proprio qui, tra abbazie senza tetto, torri antiche e buon vino, che abbiamo deciso di trascorrere un bellissimo weekend, con la compagnia del nostro pelosetto a quattro zampe.



LE TAPPE:
Il nostro viaggetto parte da Roma e, in circa 3 ore, raggiungiamo di prima mattina la prima tappa della giornata. Un luogo immerso nelle colline e nel silenzio: L’ABBAZIA DI SAN GALGANO, meglio conosciuta come la cattedrale senza tetto.
La sua storia comincia nel 1100, con un ragazzo di nome Galgano Guidotti. Era un nobile di Chiusdino, orgoglioso e impulsivo, uno di quelli che amano più la spada che la saggezza. Finché un giorno, qualcosa cambia. Secondo la tradizione, gli appare l’arcangelo Michele e gli mostra una vita diversa, fatta non di battaglie ma di pace. Galgano capisce. Scende da cavallo, prende la sua spada e, come gesto definitivo, la conficca dentro una roccia, rendendola inutilizzabile per sempre.
Un simbolo potentissimo: la fine della guerra, l’inizio della fede.
Quella spada è ancora lì, nella cappella arrotondata di Montesiepi, a pochi minuti a piedi dall’abbazia, di cui vi parlerò tra qualche riga. Galgano muore giovane, ma la sua fama esplode. Pellegrini arrivano, miracoli vengono registrati, e nel giro di pochi decenni, i monaci cistercensi decidono di costruire una grande cattedrale nella piana sottostante il luogo della conversione.



Nasce così l’abbazia che vediamo oggi: un colosso gotico, elegante e austero, perfetto nella geometria. Costruita con una pianta a croce latina, questo perché seguivano i principi dell’architettura religiosa cristiana, con la navata centrale lunga, il transetto che la incrocia formando una croce e l’abside a est.
Per secoli è stata un centro spirituale e agricolo ricchissimo. I monaci bonificarono campi, amministrarono terre, costruirono canali, vivendo del loro lavoro. Tutta la valle ruotava attorno a questo gigante di pietra. Ma, come spesso accade nella storia, arrivò il declino: carestie, malattie, problemi economici e il campanile crollò squarciando il tetto. La struttura non venne più mantenuta e alla fine, la copertura venne rimossa completamente, lasciando l’abbazia nuda, esposta, aperta alle stagioni. E ciò che avrebbe potuto essere la fine diventò invece l’inizio di una nuova bellezza.
È proprio l’assenza del tetto a rendere San Galgano così unica: il cielo diventa parte della chiesa, le ombre disegnano archi sul pavimento, il vento entra liberamente e la luce rimbalza sulle pietre, cambiando a seconda dell’ora.
L’abbazia è aperta e visitabile tutti i giorni con orario continuato. Gli orari sono consultabili sul sito ufficiale. Il biglietto è acquistabile in loco al costo di €6 e include anche l’ingresso al Museo di San Galgano a Chiusdino. L’accesso è consentito anche agli amici a quattro zampe. Un ampio parcheggio si trova poco distante dall’ingresso, raggiungibile con una piacevole passeggiata lungo un viale di cipressi.



Prima di andare via raggiungiamo a piedi, tramite un breve sentiero, L’EREMO DI MONTESIEPI: una piccola chiesa rossa, circolare, dove San Galgano trascorse gli ultimi mesi della sua vita come eremita. Al suo interno si trova, protetta da una teca di vetro, la spada nella roccia. Quella VERA. Quella che nessuno ha mai estratto. Molti studiosi ritengono che proprio questa storia possa aver ispirato i narratori medievali del ciclo arturiano.
L’ingresso è gratuito, ma è consigliabile verificare gli orari di apertura, poiché non coincidono sempre con quelli dell’abbazia.



Lasciamo San Galgano e, raggiungiamo in circa 40 minuti MONTERIGGIONI. Un borgo minuscolo ma incredibilmente scenografico, racchiuso in una cerchia di mura perfettamente conservate.
Monteriggioni non è un semplice borgo medievale: è una fortezza vera e propria, costruita nel 1213–1219 dalla Repubblica di Siena per difendersi dai nemici di sempre: i Fiorentini. Serviva come avamposto militare, una sentinella di pietra che permetteva ai senesi di controllare i movimenti. Per questo fu progettata come una cinta muraria impenetrabile: le mura, lunghe circa 570 metri, seguono fedelmente la curva della collina e racchiudono interamente il paese.
La posizione non è casuale. Monteriggioni sorge su una collina dalla forma quasi perfettamente circolare, posta a guardia della Via Francigena, uno dei percorsi di pellegrinaggio più importanti d’Europa.
Il borgo possedeva 14 torri, disposte lungo le mura come i denti di una corona. Dante Alighieri, vedendole, ne rimase così colpito da paragonarle ai giganti dell’Inferno:
“Come Monteriggioni di torri si corona…”
(Inferno, Canto XXXI)
Questa citazione ha reso il borgo immortale nella letteratura italiana.



Per quasi 350 anni resistette alle guerre. Ma nel 1554 il capitano senese Tradonico vendette la fortezza ai fiorentini senza combattere. Da lì iniziò il declino del suo ruolo strategico… ma anche, la conservazione della sua bellezza.
Il borgo è totalmente pedonale. Un grande parcheggio a pagamento si trova subito fuori dalle mura (se sarete fortunati, ci sono alcuni posti a striscia bianca).
Il consiglio è semplice: passeggiate e perdetevi tra le sue viette acciottolate, le case in pietra adornate di vasi e panni stesi, che raccontano la quotidianità di un borgo ancora vissuto.
Al centro del paese troviamo una piccola piazza, dove si trova la Chiesa di Santa Maria Assunta, circondata da ristorantini e botteghe tipiche. Il mio ristorante preferito è l’Osteria Antico Travaglio, dove ho avuto il piacere di mangiare più di qualche volta dal 2017 ad oggi, anno della mia prima visita a Monteriggioni. Ahimè, stavolta erano chiusi per ferie e non ho potuto mangiare i miei amati pici alle briciole e pancetta, che vi consiglio assolutamente!
L’attrazione più suggestiva resta il camminamento sulle mura: il biglietto costa pochi euro e permette di percorrere la cinta muraria intatta, regalando splendide viste panoramiche. Al momento, però, risulta chiuso per manutenzione e non ci sono ancora aggiornamenti sulla sua riapertura.



Raggiungiamo infine, SAN GIMIGNANO, chiamata anche la Manhattan del medioevo per il suo skyline di torri.
San Gimignano nasce come piccolo insediamento etrusco e poi romano, ma è nel Medioevo che vive il suo periodo di massimo splendore. La sua fortuna è legata alla sua posizione strategica lungo la Via Francigena, la grande via di pellegrinaggio che collegava il Nord Europa a Roma. Mercanti, viaggiatori e pellegrini passavano di qui, portando ricchezza, scambi e potere.
Tra il XII e il XIII secolo le famiglie più potenti iniziarono a costruire torri sempre più alte come segno di prestigio. Non servivano solo a difendersi, ma soprattutto a dimostrare la propria importanza. In origine le torri erano 72, oggi ne restano 14, e ogni torre era una sfida alle altre famiglie, più eri ricco, più potevi costruire in alto.



Nel 1348 la peste nera colpisce duramente la città, seguita da crisi economiche e politiche. Il borgo perde importanza e viene inglobato da Firenze. Paradossalmente, proprio questo declino ha permesso a San Gimignano di conservarsi quasi intatta: non è stata modernizzata, ed è per questo che oggi appare come un museo a cielo aperto. Dal 1990 è infatti Patrimonio UNESCO.
Tutti i parcheggi si trovano fuori dalle mura e sono a pagamento. Il modo migliore per vivere questo borgo è lasciarsi guidare dalla curiosità e camminare senza una meta precisa tra i suoi vicoli e botteghe.
Per pranzo ci siamo fermati ad una piccolissima osteria appena fuori dalle mura, la Trattoria Rigoletto, che ci ha conquistati con dei tagliolini al tartufo, crostoni e una millefoglie alla crema di mascarpone memorabile. Un dettaglio molto carino del locale è che tutti i clienti lasciano un pensiero scritto su un foglietto, che viene poi attaccato alle pareti, rendendo l’atmosfera ancora più accogliente.



Passeggiamo poi tra le vie centrali, tutte allestite con lucine di Natale, fino ad arrivare alla piazza principale, circondata da torri e palazzi medievali.
Qui si trova anche la famosissima Gelateria Dondoli, più volte campione del mondo e sempre piena di fila, anche in pieno inverno. Purtroppo, con le temperature di quel giorno (circa 5°), la voglia di gelato non si è proprio fatta sentire.
Tra le visite a pagamento ci sono il Palazzo Comunale e il Museo Civico, con sale affrescate, la Sala di Dante, che soggiornò in città nel Trecento, e collezioni d’arte medievale. Ma soprattutto è possibile salire sulla Torre Grossa, la torre più alta del borgo, 54 metri, da cui si gode una vista meravigliosa su colline, vigneti e sulle altre torri. Purtroppo, avendo con me il cane, non ho potuto accedervi.



San Gimignano è uno dei borghi più visitati d’Italia, ma basta infilarsi in un vicolo laterale, seguire una salita o affacciarsi a un belvedere poco segnalato per allontanarsi dalla calca e ritrovare il silenzio.
Il posto perfetto per un aperitivo o per bere un calice di vino con il sole che ci bacia e le colline verdi sullo sfondo è Via degli Innocenti, una viuzza laterale dove si trovano diversi localini con tavolini affacciati sulla campagna e sul tramonto.
Passeggiando ancora per il borgo, ci fermiamo infine per un’apericena e scegliamo Gustavo Mescita, un’enoteca intima e curata, con un’ampia scelta di vini, bottiglie e prodotti tipici toscani. Il panino caldo con pancetta, pomodori secchi e provola, insieme alle bruschette con lardo di Colonnata, erano davvero divini!



Per il pernotto abbiamo scelto un hotel immerso nelle colline senesi, una posizione perfetta sia per visitare i dintorni, sia per raggiungere Siena: il Precise House Montaperti. La camera era spaziosa, pulita e ben arredata, dotata anche di acqua e kit di cortesia. Ottima anche la colazione a buffet, ampia e varia. A disposizione degli ospiti c’è una piscina riscaldata, perfetta per rilassarsi dopo una lunga giornata di camminate, aperta fino alle 23. È presente anche un piccolo centro benessere, usufruibile gratuitamente per un’ora, previa prenotazione e salvo disponibilità. Nota decisamente a favore: la struttura è pet friendly, un dettaglio che per noi ha fatto davvero la differenza.



La mattina seguente ci siamo spinti verso Leonina - Asciano, nel cuore delle CRETE SENESI, che si estendono a sud-est di Siena. Non sono “semplicemente colline”, sono un paesaggio geologico unico, quasi lunare, modellato da argille antichissime che un tempo giacevano sotto il mare. Sono proprio queste argille, erose dal vento e dall’acqua, a creare i calanchi e le biancane: solchi profondi e colline tonde, che danno forma a questo territorio così particolare.
Per secoli le Crete Senesi sono state considerate una terra povera e difficile. Le argille non permettevano coltivazioni facili, l’acqua scarseggiava e l’erosione rendeva tutto instabile. Eppure l’uomo ha continuato a viverci ed è cosi che sono nati piccoli poderi e casali, fattorie fortificate e le caratteristiche strade bianche, perfette da percorrere in bici o a piedi per godersi il paesaggio.



Oggi questo territorio è diventato un simbolo di bellezza essenziale, spesso associato a concetti come silenzio, meditazione e lentezza: un immaginario che rappresenta, per molti, l’anima più autentica della Toscana.
Noi abbiamo fatto una passeggiata breve nella zona del Castello di Leonina, oggi un bellissimo relais immerso nelle colline, ma in passato avamposto medievale legato alla gestione del territorio agricolo e delle vie di collegamento tra Siena e la Val d’Arbia.
Qui il vero protagonista non è un monumento, ma il paesaggio stesso: le colline morbide, i solchi profondi, le persone che passeggiano lentamente, le strade bianche che si snodano e scompaiono tra le valli, un signore in bicicletta accompagnato dai suoi cagnolini, le file di cipressi, e una luce che cambia di continuo. Al mattino, con il sole ancora basso e una leggera foschia che si appoggia al terreno, tutto diventa più ovattato, quasi mistico.



Salutiamo questa zona e ci dirigiamo leggermente più a nord, nel CHIANTI, che non è solo un vino, ma un territorio storico, culturale e paesaggistico che si estende tra Firenze e Siena. Un susseguirsi di colline, vigneti, oliveti, boschi e piccoli borghi in pietra.
Quando si parla di Chianti è importante fare una distinzione:
Per secoli il Chianti è stato terra di scontro tra Firenze e Siena. I castelli, le torri e le fortificazioni che oggi ci appaiono romantiche nacquero in realtà con una funzione ben precisa: difendere confini e controllare le principali vie di comunicazione.
Parlando di vino, invece, è impossibile non citare il Barone Bettino Ricasoli. Nel 1872, dopo una lunga serie di studi condotti sui vigneti di Brolio, questo visionario statista italiano – nonché secondo Presidente del Consiglio del Regno d’Italia – definì la formula del Chianti moderno, basata principalmente sul vitigno Sangiovese. Una formula destinata a diventare la base del Chianti Classico, oggi uno dei vini italiani più riconoscibili al mondo. Ed è proprio la dimora di Bettino Ricasoli una delle tappe principali della nostra giornata.



Il CASTELLO DI BROLIO, si trova nel comune di Gaiole in Chianti, arroccato su una collina che domina vigneti, boschi e strade bianche. Una posizione strategica, scelta non solo per la bellezza del paesaggio, ma soprattutto per il controllo territorio. È una fortezza medievale che per secoli ha rappresentato una roccaforte fondamentale nelle guerre tra le acerrime nemiche Firenze e Siena, trovandosi esattamente sulla linea di confine. Nel corso del tempo fu assediato, distrutto, ricostruito e ampliato più volte. Ogni pietra racconta un passato fatto di battaglie, alleanze e resistenza.
Dal 1141 a oggi, il Castello di Brolio è sempre appartenuto alla stessa famiglia: i Ricasoli, un caso praticamente unico in Europa. Non furono solo guerrieri, ma politici, amministratori, agricoltori, innovatori, trasformando il castello nel cuore economico e agricolo del territorio.
La struttura che vediamo oggi è il risultato di secoli di trasformazioni, con elementi medievali e ottocenteschi, ed è parzialmente visitabile.
I biglietti per visitare il castello e i giardini si acquistano direttamente all’ingresso, mentre per le visite guidate e le degustazioni in cantina è richiesta la prenotazione anticipata, salvo disponibilità, tramite il sito ufficiale, dove si trovano anche gli orari aggiornati e il calendario degli eventi.



Noi abbiamo visitato l’esterno del castello, al costo di 7 €. Avendo con noi il cane, non avevamo altre opzioni, ma è stata comunque una buona “scusa” per tornare e visitare in futuro anche le cantine.
Passeggiamo tra le mura e visitiamo la bellissima cappella e la cripta dove si trovano le tombe della famiglia Ricasoli. Il cassero era il centro dell’antica fortezza e abitazione del feudatario, dove è possibile visitare con un piccolo supplemento, l’armeria e numerosi oggetti appartenuti al Barone. La torre più alta rappresentava l’ultimo baluardo di difesa di Brolio, isolabile in caso di pericolo tramite un ponte levatoio. Costeggiando le torri si raggiunge uno splendido punto panoramico, affacciato sulla poderosa cinta muraria, da cui si possono ammirare vigneti a perdita d’occhio e i monti circostanti.
C’era una pace e una tranquillità indescrivibili. Sarà stato l’orario di pranzo, in una fredda domenica d’inverno, ma c’eravamo solo noi ed è stato bellissimo. Ho un debole per i castelli e, a parer mio, questo entra di diritto nella lista dei miei preferiti.



All’interno della tenuta si trovano anche un’osteria, un agribar e l’enoteca, situata appena fuori dai cancelli del castello, dove abbiamo fatto una degustazione dei vini della famiglia Ricasoli, inclusa nel biglietto.
Il personale, con grande competenza ed entusiasmo, ci ha guidati alla scoperta dei vini, raccontandoci la storia e le curiosità legate alla famiglia. I rossi proposti erano uno più buono dell’altro e alcuni sono tornati a casa con noi come souvenir. In enoteca è possibile acquistare anche olio, grappa e altri prodotti locali.



Per pranzo scegliamo invece un minuscolo paesino nelle campagne circostanti, Villa a Sesta, e ci fermiamo in un ristorante nella piazzetta principale, l’Osteria Alla Villa. Una piacevole scoperta, dove ogni piatto racconta la cura per le materie prime e una grande passione per la cucina del territorio. Dall’antipasto di salumi e formaggi ai pici, passando per lo gnocco di castagne e zucca, tutto era davvero divino, accompagnato ovviamente da un bel Chianti Classico.



Per concludere la giornata, facciamo una passeggiata nelle viette del borgo. A rendere l’atmosfera ancora più magica, c’erano i mercatini di Natale essendo il primo weekend di Dicembre.
Stradine acciottolate illuminate dalle lucine, stand di castagne arrosto e prodotti locali, fuochi accesi, giochi di gruppo in stile medievale da fare all’aperto, persone che passeggiavano con un calice in mano, profumo d’inverno e dolci caldi nell’aria. Questa giornata, di per se già bellissima, si è conclusa con un tramonto coloratissimo, che faceva da sfondo ai filari di vite, come un dipinto.



La Toscana per me, rimane un posto sicuro: una coccola. E in qualsiasi periodo si scelga di visitarla, ha qualcosa di meraviglioso e diverso da regalarti.
Per scelta e per mancanza di tempo non abbiamo visitato la vicina Volterra, Siena e la Val d’Orcia, avendole già viste diverse volte, ma soprattutto perché cercavamo qualcosa di diverso dal solito.
Se però stai programmando un road trip in queste zone, non perdertele!
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